Sapori di Sicilia: il Fico d'India

 


Sorsi & Sapori propone il Fico d'India nelle seguenti varianti:


Marmellata artigianale di Fico d'India - 70% di frutta, zucchero, succo di limone, prodotta artigianalmente secondo le antiche ricette siciliane.
Il Liquore di Fico d'India, ottimo consumato freddo o sul gelato.
La pasta per gelato al Fico d'India, per realizzare a casa vostra la famosa granita siciliana al fico d'India o ottimi gelati (v. paste per gelato alla frutta)

Vi illustriamo adesso la storia ma soprattutto la squisitezza e le proprietà terapeutiche di questo famosissimo frutto siciliano. Il fico d'India o ficodindia (Opuntia ficus-indica) è una pianta della famiglia delle Cactaceae, originaria del Messico ma naturalizzata in tutto il bacino del Mediterraneo e nelle zone temperate di America, Africa, Asia e Oceania. Trova inoltre il suo habitat ideale in Sicilia, Sardegna, Calabria e Salento. Molto apprezzato nel palermitano, è divenuto il simbolo dei paesaggi siciliani.
Nel periodo di fine estate ed inizio autunno, non è difficile imbattersi, negli antichi rioni di Palermo, i venditori di fichi d’India che, estraendo i frutti da un contenitore di acqua gelida, utile per rendere neutre le spine di cui sono pieni, li taglia con maestria per servire gli avventori.
Il Fico d’India viene classificato in base al colore della polpa ed al periodo di maturazione. Vi sono quelli dalla polpa rosso porpora nella varietà sanguigna, quelli dalla polpa bianca (in verità verde pallido) nella varietà “muscaredda”, quelli dalla polpa giallo-arancia nella varietà “sulfarina”.
I frutti che maturano ad agosto vengono chiamati “Agostani”, e sono un po’ più piccoli rispetto a quelli maturati a Settembre, chiamati “bastardoni” , dal sapore più appetitoso. I fruttivendoli siciliani consentono al consumatore di acquistare il frutto già sgusciato: importante è tenerli in frigo poiché vanno gustati freddi.
In Italia il 90% della superficie coltivata a fico d'India è localizzata in Sicilia, il rimanente 10% in Puglia, in Calabria ed in Sardegna. In Sicilia, oltre il 70% delle colture si concentrano in 3 aree: la zona collinare di San Cono, il versante sud-orientale delle pendici dell' Etna e la Valle del Belice
Storia

Il fico d’India è nativa del Messico. Da qui, nell'antichità, si diffuse tra le popolazioni del Centro America che la coltivavano e commerciavano già ai tempi degli Aztechi, presso i quali era considerata pianta sacra con forti valori simbolici. Una prova sicura dell'importanza di questa pianta negli scambi commerciali è fornita dal Codice Mendoza. Questo codice include una rappresentazione di tralci di Fico d’India dalla quale veniva estratto il carminio, pregiato colorante naturale. La pianta arrivò in Europa intorno al 1493, anno del ritorno a Lisbona di Cristoforo Colombo.
La prima descrizione dettagliata risale comunque al 1535, ma fu Miller, nel 1768, a definire la specie Opuntia ficus-indica, denominazione tuttora ufficialmente accettata.
In Europa la pianta oltre che per i suoi frutti, fu utilizzata per l'allevamento della cocciniglia del carminio, ottimo colorante naturale, ma si dovette aspettare sino al XIX secolo perché il tentativo avesse successo nelle isole Canarie. Agli inizi restò pertanto una curiosità da ospitare negli orti botanici. La sua diffusione si dovette sia agli uccelli, che mangiandone i frutti ne assicuravano la dispersione dei semi, sia all'uomo, che le trasportava sulle navi quale rimedio contro lo scorbuto. In nessuna altra parte del Mediterraneo il ficodindia si è diffuso come in Sicilia, grazie anche alle condizioni climatiche ottimali per la pianta, dove oltre a rappresentare un elemento costante nel paesaggio naturale, è divenuto anche un elemento ricorrente nelle rappresentazioni letterarie e iconografiche dell’isola, fino a diventarne in un certo qual modo il simbolo.
Fu introdotto nell’Isola, durante la dominazione spagnola intorno all’anno 1560. Veniva e viene tutt’ora utilizzata dai contadini per delimitare i propri poderi, grazie alla struttura spinosa della pianta.
In tempo di carestia qualcuno ne scoprì la bontà del frutto, che fu addirittura considerato “il pane dei poveri” , a dispetto delle spine e dei semi.


Descrizione
Il fusto è composto da cladodi, (ramo trasformato, spesso di consistenza coriacea, che assume l’aspetto e la funzione di una foglia) comunemente denominati pale: si tratta di fusti modificati, di forma appiattita e ovaliforme, lunghi da 30 a 40 cm, larghi da 15 a 25 cm e spessi 1,5-3,0 cm, che, unendosi gli uni agli altri formano delle ramificazioni. I cladodi assicurano la fotosintesi clorofilliana. Sono ricoperti da una cuticola cerosa che limita la traspirazione e rappresenta una barriera contro i predatori. I cladodi basali, intorno al quarto anno di crescita, vanno incontro a lignificazione dando vita ad un vero e proprio tronco. Le vere foglie hanno una forma conica e sono lunghe appena qualche millimetro. Appaiono sui cladodi giovani e sono transitorie. Alla base delle foglie si trovano le areole (piccola zona circolare, con confini ben delineati, che si differenzia dai tessuti circostanti per una diversa colorazione), circa 150 per cladode, che sono delle ascelle modificate tipiche delle Cactaceae. Per ascelle intendiamo la porzione costituita dall'angolo fra un ramo o un picciolo e il fusto dal quale nasce. Il tessuto melismatico dell'areola, responsabile della crescita della pianta, si può differenziare, secondo i casi, in spine e glochidi. Le spine propriamente dette sono biancastre, solidamente impiantate, lunghe da 1 a 2 cm. I glochidi sono invece sottili spine lunghe alcuni millimetri, di colore brunastro, che si staccano facilmente dalla pianta al contatto, ma essendo muniti di minuscole scaglie a forma di uncino, si impiantano solidamente nella cute e sono molto difficili da estrarre, in quanto si rompono facilmente quando si cerca di toglierle. Da notare che anche il ricettacolo fiorale, e dunque il frutto, è coperto da areole da cui si possono differenziare sia nuovi fiori che radici.
La radice è superficiale, non supera in genere i 30 cm di profondità nel suolo, ma di contro è molto esteso. I fiori sono a ovario infero e uniloculare, dai petali ben visibili e di colore giallo-arancio. I fiori nascono generalmente sui cladodi di oltre un anno di vita, più spesso sulle areole situate sulla sommità del cladode o sulla superficie più esposta al sole. All'inizio, per ogni areola, si sviluppa un unico fiore. I fiori giovani portano delle foglie temporanee, caratteristiche della specie.
Un cladode fertile può portare sino a una trentina di fiori, ma questo numero varia considerevolmente in base alla posizione che il cladode occupa sulla pianta, alla sua esposizione e anche in base alle condizioni di nutrizione della pianta.
Il frutto è una bacca carnosa, uniloculare, con numerosi semi (polispermica), il cui peso può variare da 150 a 400 g. Il colore è differente a seconda delle varietà: giallo-arancione nella varietà sulfarina, rosso porpora nella varietà sanguigna e bianco nella muscaredda. La forma è anch'essa molto variabile, non solo secondo le varietà ma anche in rapporto all'epoca di formazione: i primi frutti sono tondeggianti, quelli più tardivi hanno una forma allungata e peduncolata. Ogni frutto contiene un gran numero di semi, nell'ordine di 300 per un frutto di 160 g.
Usi alimentari
Il fico d’India ha un notevole valore nutrizionale essendo ricco di minerali, soprattutto calcio, fosforo e di vitamina C. La risorsa alimentare più pregiata è rappresentata dai frutti, chiamati fichi d'India, che oltre ad essere consumati freschi, possono essere utilizzati per la produzione di succhi, liquori, gelatine, marmellate, dolcificanti ed altro.
Anche le pale, possono essere mangiate fresche, in salamoia, sottoaceto, canditi, sotto forma di confettura. Vengono utilizzate anche come foraggio per gli animali.
Famose e molteplici anche le proprietà terapeutiche del fico d’India: diuretico, cicatrizzante, buono contro il diabete, toccasana contro lo scorbuto, tagliato a fette e disposto a colare, il succo del frutto con l’aggiunta di zucchero è efficace per la cura della tossi catarrali.
Dalle antiche ricette siciliane si è ereditato l’uso dell’infuso dei fiori di ficodindia, che facilita la diuresi, l’infiltrazione renale, ed unito alla malva viene utilizzato per curare le infiammazioni.
Anche le pale, spaccate ed infornate, vengono usate per curare angine, tonsilliti, febbri malariche e come cataplasmi per lussazioni, slogature e contusioni.
Se consumato in quantità eccessive può causare occlusione intestinale meccanica dovuta alla formazione di boli di semi nell'intestino crasso. Pertanto questo frutto va mangiato in quantità moderata e accompagnato da pane.
In Sicilia i fichi d'india sono inseriti tra i Prodotti agroalimentari tradizionali siciliani riconosciuti dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, su proposta della Regione Siciliana.


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